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tecnologia della madre: parte 1

Non è un caso che il sex work sia l’unico tipo di lavoro di cura e sessuale femminilizzato ad essere mantenuto marginalizzato e fuori legge. Diverse funzioni della madre sono state estratte ef efficientate, ibridandole con protesi tecnologiche e spaziali funzionanti secondo i parametri di massimizzazione della produttività del capitalismo. La psicologa, femminile voluto, ne è un esempio. La psicologa non è altro che una madre ipertecnologica, o meglio un’ipertecnologia della madre, una madre iper-efficientata e tecnologicamente dotata di dispositivi discorsivi e biopolitici di estrazione, controllo, produzione del corpo figliǝ‑paziente. Non solo, ma vista la funzione sostanzialmente uterina della psicologa, che non risignifica, ma ritrasmette fondalmente il codice di distribuzione dei significati sistemico, il dna sociale della dominanza maschile, bianca, ciseterosessuale e borghese, e della sottomissione dell3 altr3 corp3, è in una posizione di potere inedita per la madre: è una madre efficientata, chiamata ad incidere sulla riproduzione sociale su scala industriale, chiamata a produrre il corpo figliǝ-paziente su scala industriale. Per far questo, come sempre in ogni relazione di potere, innanzitutto quella eterosessuale (sarebbe meglio riferircisi come “eterosessista”, e all’eterosessualità come “eterosessismo”) il consenso del corpo da produrre è organizzato come un’esternalità negativa da rimuovere, aggirare, se possibile disattivare preventivamente. Infatti, la psicologa sull3 figli3-pazient3 ha un potere produttivo molto più esteso e capillare della madre: se la crescita uterina è estesa allo spazio domestico e domesticato, dove però la madre continua ad agire come mezzo di produzione sotto proprietà e controllo del marito-padrone dei mezzi di produzione/riproduzione, la protesi uterina esterna della psicologa, invece, le conferisce un potere trasformativo/creativo del fetus-paziente inedito. Se la sproporzione di potere tra la madre e l3 figli3 è tenuta mitigata dall’inoculazione alla madre di sostanze (“caratteristiche”) concernenti un lavoro di cura schiavile ed estratto (la dolcezza, l’accoglienza, l’ascolto), che mettono questo potere al servizio del corpo in cui si è riprodotto l’uomo, il che comporta, tra l’altro, specie nel caso di figli3 codificat3 come “maschi-uomini”, una notevole diminuzione del potere della madre con l’avanzare dell’età della prole, per la psicologa questo non vale. La relazione è mediata da un’asimmetria informativa evidente, attivamente ricercata e mantenuta. La psicologa è in grado di femminilizzare il corpo del figliǝ-paziente: è in grado di fare in modo che non possa più avere un rapporto autonomo con le sue stesse risorse emotive e cognitive. Da quando entra nello studio, l’accesso dell3 pazient3 alla loro stessa emotività sarà subordinato all’interpretazione/intellezione/codificazione di questa da parte della psicologa stessa. Non è un caso, ad esempio, che lǝ paziente venga scoraggiatǝ dall’autoprodurre definizioni di sè, se prima non le abbia sottoposte alla psicologa. Per non parlare del fatto che il corpo dellǝ pazientǝ venga estratto, vivisezionato, e quantificato nel codice psicanalitico freudiano. Anche la divisione tra corpo fisico ed emotività, che deriva dall’anima cristiana, non è altro che un’operazione di estrazione e alienazione del corpo: l’anima è l’attributo che significa il corpo, e afferisce ad un sistema di realtà trasmesso come oggettivo, ovvero Dio, che non è altro che il sistema di potere vigente divinizzato in modo che sia indiscutibile; allo stesso modo, l’emotività viene quantificata in un presunto codice oggettivo e implementata come uguale a se stessa in corpi codificati come identici. In pratica, in entrambi i casi si codifica come oggettivo il corpo sistemico, che viene inoculato nel corpo organico attraverso il dispositivo dell’anima o dell’emotività, rendendo entrambe queste fonti inattingibili per lo stesso corpo in cui producono senso, vedi il fatto che l’anima sia una risorsa sotto il controllo della Chiesa, o la teoria dell’inconscio. Comunque, parliamo di una madre dotata, in via eccezionale, degli strumenti di produzione del corpo patriarcali. In realtà, il potere di produrre il corpo figliǝ, di significarlo in base a sè, viene estratto dalla madre, espropriato, e poi, paradossalmente, concesso in appalto dal padre, ma solo nei limiti di implementare la riproduzione del corpo e del dna sociale maschile. La madre è, appunto, disattivata nel suo potere, che può trasmettere ed esercitare solo in funzione del suo padrone. Dalla madre le caratteristiche intrinsecamente orrorifiche del potere riproduttivo, l’aborto e l’infanticidio, sono state epurate. Anche il semplice potere disciplinante, solitamente è appaltato al padre, istituzionalizzato sul padre. Il padre ha, per esempio, il potere di epurare i figli dalla riproduzione sociale, dalla macchina della riproduzione della famiglia: può allontanare un figlio perchè gay, perchè non riproduttivo del suo corpo, per esempio. è molto più faticoso immaginare una madre che faccia lo stesso, anche perchè, solitamente, la madre è costruita come dipendente dai figli, e non a caso: tutto il suo significato, il significato della sua intera persona, si esaurisce e si consuma nel lavoro riproduttivo e di cura sui figli.